Passi una giornata a lavorare con un "collega" al tuo fianco e finisci distrutto nel cervello conscio del fatto che per il 75% del tempo hai fatto la figura del deficiente cretino stupido incompetente.
il fatto che il "collega" in questione sia il tuo capo non migliora di certo la situazione. Assolutamente no anzi.
Mannaggia, arriva lui e ti risolve in quattro e quattro otto un problema che in due (io ed un altro collega) non siamo riusciti a risolvere in ore di lavoro.
Arriva lui e ti riorganizza le cose risolvendoti altri problemi e "forzandoti", in maniera positiva e costruttiva devo ammetterlo, a aggiustare e rifinire a dovere.
Poi capisci perché LUI è il capo e tu sei un povero ebete intontito di psicofarmaci senza più nessuna possibilità di redenzione ne rivalsa.
Ora le metto giù dura, esagero appositamente, ma davvero oggi mi son sentito un cretino in un paio d'occasioni.
Spieghi il problema e ZAC! arriva lui con la soluzione.
E vedo che non è solo "pratica".. non è "esperienza"... + che capisce e ci arriva!
MAPPORK!
Scorci di vita da uno che non ne sa poi così tanto... ma ci prova... Stay tuned!
martedì 7 febbraio 2012
domenica 5 febbraio 2012
Sex and the city dice così...
"La cosa più esaltante di scrivere un libro di successo a parte la realizzazione personale, è sapere che stai lanciando le tue idee nel mondo" dice più o meno testualmente un secondario in una puntata di Sex and the city.
Ma che minchia dici!
Scusate il turpiloquio ma, vediamo di non dire emerite puttanate suvvia!
La cosa più esaltante di scrivere un libro.. qualsiasi libro, è l'atto creativo in se.
L'idea di pubblicare, far leggere, girare a promuovere....
Mi stresso solo a pensarci...
Però me lo immagino eh! Eccome se lo immagino!
Giri l'Italia per trasmissioni televisive o radiofoniche o librerie a firmare copie e parlare coi lettori.
Un genere di vita alla quale sono abituato.
Alberghi, ristoranti e solitudine.
Un'occasione per scrivere.... mi dico...
Ma tanto lo so che poi passo le notti di fronte alla Tv, coricato in un lettone, da solo, a guardare film già visti ed a leggere libri che mi fanno sentire inferiore...
Devo assolutamente cambiare genere di letture, altrimenti la mia autostima non me la farà mai e poi mai passare liscia.
Oppure fare come fanno in tanti copiare beceramente storie e generi.
Nella mia totale assenza di cultura letteraria mi piace credere di essere quantomeno "originale", cerco di non farmi travolgere, di farmi traviare da consigli che non mi convincono o altre "produzioni" di svariato genere.
Parlo di altri libri, parlo di film o serie televisive, parlo di fumetti.
Credo di essere originale, finché non mi confronto con chi ne sa più di me, o semplicemente soffre di dipendenza da serie TV varie ed allora, magari mi dice: "Questo sembra molto questo o quest'altro" ed io casco dalle nuvole.
Beata ignoranza.
Sempre detto io, meglio non sapere.
Ma che minchia dici!
Scusate il turpiloquio ma, vediamo di non dire emerite puttanate suvvia!
La cosa più esaltante di scrivere un libro.. qualsiasi libro, è l'atto creativo in se.
L'idea di pubblicare, far leggere, girare a promuovere....
Mi stresso solo a pensarci...
Però me lo immagino eh! Eccome se lo immagino!
Giri l'Italia per trasmissioni televisive o radiofoniche o librerie a firmare copie e parlare coi lettori.
Un genere di vita alla quale sono abituato.
Alberghi, ristoranti e solitudine.
Un'occasione per scrivere.... mi dico...
Ma tanto lo so che poi passo le notti di fronte alla Tv, coricato in un lettone, da solo, a guardare film già visti ed a leggere libri che mi fanno sentire inferiore...
Devo assolutamente cambiare genere di letture, altrimenti la mia autostima non me la farà mai e poi mai passare liscia.
Oppure fare come fanno in tanti copiare beceramente storie e generi.
Nella mia totale assenza di cultura letteraria mi piace credere di essere quantomeno "originale", cerco di non farmi travolgere, di farmi traviare da consigli che non mi convincono o altre "produzioni" di svariato genere.
Parlo di altri libri, parlo di film o serie televisive, parlo di fumetti.
Credo di essere originale, finché non mi confronto con chi ne sa più di me, o semplicemente soffre di dipendenza da serie TV varie ed allora, magari mi dice: "Questo sembra molto questo o quest'altro" ed io casco dalle nuvole.
Beata ignoranza.
Sempre detto io, meglio non sapere.
sabato 4 febbraio 2012
Sono io... e sono normale... ?!?!
Mi ricollego a questo.
Il discorso è interessante ed ampio e va sviscerato.
Dai vari commenti e discorsi nati dalla lettura del post sopra citato ho ricevuto nuovi ed interessanti spunti che devo in qualche maniera analizzare.
Mi si dice che l'insoddisfazione è insita nell'animo umano, mi si dice che è normale, in certe fasi della vita, una volta arrivato a soddisfare certi traguardi, che la mente cerchi nuovi obiettivi.
Che l'individuo sviluppi un sentimento d'ansia e di, appunto, insoddisfazione nella ricerca di questo nuovo obiettivo è quindi una diretta conseguenza di una temporanea mancanza di scopo.
Ed io mi chiedo allora: Visto che io uno scopo sento di averlo (diventare un pompiere! No, scherza, diventare uno scrittore... che è pure più difficile) come devo comportarmi?
Io non sono insoddisfatto perché non so cosa fare della mia vita.
Io sono insoddisfatto perché so benissimo cosa vorrei farci, e non so come farlo, se non licenziandomi in tronco e passare un numero variabile di mesi a scrivere scrivere scrivere...
Ho delle "idee" alternative. Dicesi : "progetti di ripiego".
Trovare un lavoro part-time pomeridiano che mi permetta di scrivere la mattina.
Smettere completamente di dormire e passare le notti a scrivere.
Puntare sull'assenteismo selvaggio la lavoro.
Le ultime due non sono attuabili. La prima mi porterebbe ad una fine prematura, mentre l'ultima non sarebbe affatto etica.
Non che io sia persona per forza retta ed etica, nessuno ha mai detto una cosa del genere, ma non sono nemmeno quel genere di persona che potrebbe compiere appositamente atti del genere senza qualche minimo contraccolpo emozionale.
In pratica, tornando al concetto iniziale, la mia insoddisfazione, a detta di tutti o molti, è "normale".
E' quindi normale pensare che la qualità della propria vita possa migliorare.
E' quindi normale credere che si possa essere più felici di quello che si è, e forse è anche chiedere troppo alla vita, ma è una altro discorso.
E' quindi logico adattarsi a quanto si ha facendo finta che di tanto ci accontentiamo.
Non è invece "normale" o "giusto" cercare di seguire i propri sogni e le proprie aspirazioni. Assecondare i nostri desideri meno materiali in cerca di un vero e reale miglioramento.
In cerca della "realizzazione".
Non parlo di condizioni economiche.
No parlo di auto sportive tedesche, sono ben lontano dalla crisi di mezza età, anche se, a quanto leggo online, forse nemmeno quanto credevo/speravo.
Se così è però, se davvero è semplicemente una cosa che prima o poi passerà, com'è che è da quando sono piccolo (partiamo dalle elementari) che mi piace inventare storie?
Nell'adolescenza questa mia "inventiva" mi ha poi preso la piega trasformandomi un po' in un contaballe... le sparavo grosse... ed il fatto che qualcuno a volte ci credesse vuol dire che forse non erano raccontate poi così male...
Però al Porsche, magari d'epoca, un pensierino quasi quasi ce lo faccio...
Il discorso è interessante ed ampio e va sviscerato.
Dai vari commenti e discorsi nati dalla lettura del post sopra citato ho ricevuto nuovi ed interessanti spunti che devo in qualche maniera analizzare.
Mi si dice che l'insoddisfazione è insita nell'animo umano, mi si dice che è normale, in certe fasi della vita, una volta arrivato a soddisfare certi traguardi, che la mente cerchi nuovi obiettivi.
Che l'individuo sviluppi un sentimento d'ansia e di, appunto, insoddisfazione nella ricerca di questo nuovo obiettivo è quindi una diretta conseguenza di una temporanea mancanza di scopo.
Ed io mi chiedo allora: Visto che io uno scopo sento di averlo (diventare un pompiere! No, scherza, diventare uno scrittore... che è pure più difficile) come devo comportarmi?
Io non sono insoddisfatto perché non so cosa fare della mia vita.
Io sono insoddisfatto perché so benissimo cosa vorrei farci, e non so come farlo, se non licenziandomi in tronco e passare un numero variabile di mesi a scrivere scrivere scrivere...
Ho delle "idee" alternative. Dicesi : "progetti di ripiego".
Trovare un lavoro part-time pomeridiano che mi permetta di scrivere la mattina.
Smettere completamente di dormire e passare le notti a scrivere.
Puntare sull'assenteismo selvaggio la lavoro.
Le ultime due non sono attuabili. La prima mi porterebbe ad una fine prematura, mentre l'ultima non sarebbe affatto etica.
Non che io sia persona per forza retta ed etica, nessuno ha mai detto una cosa del genere, ma non sono nemmeno quel genere di persona che potrebbe compiere appositamente atti del genere senza qualche minimo contraccolpo emozionale.
In pratica, tornando al concetto iniziale, la mia insoddisfazione, a detta di tutti o molti, è "normale".
E' quindi normale pensare che la qualità della propria vita possa migliorare.
E' quindi normale credere che si possa essere più felici di quello che si è, e forse è anche chiedere troppo alla vita, ma è una altro discorso.
E' quindi logico adattarsi a quanto si ha facendo finta che di tanto ci accontentiamo.
Non è invece "normale" o "giusto" cercare di seguire i propri sogni e le proprie aspirazioni. Assecondare i nostri desideri meno materiali in cerca di un vero e reale miglioramento.
In cerca della "realizzazione".
Non parlo di condizioni economiche.
No parlo di auto sportive tedesche, sono ben lontano dalla crisi di mezza età, anche se, a quanto leggo online, forse nemmeno quanto credevo/speravo.
Se così è però, se davvero è semplicemente una cosa che prima o poi passerà, com'è che è da quando sono piccolo (partiamo dalle elementari) che mi piace inventare storie?
Nell'adolescenza questa mia "inventiva" mi ha poi preso la piega trasformandomi un po' in un contaballe... le sparavo grosse... ed il fatto che qualcuno a volte ci credesse vuol dire che forse non erano raccontate poi così male...
Però al Porsche, magari d'epoca, un pensierino quasi quasi ce lo faccio...
venerdì 3 febbraio 2012
E' normale o sono io?
Abbiamo già discusso del fatto che non sono uno dalla risposta veloce quando c'è da "litigare" o l'argomento è importante...
Se poi ci mettiamo in mezzo i sentimenti... come minimo mi ci vogliono setto otto ore di sonno per trovare le parole.... badate bene... ho detto parole, non "parole giuste"...
Per le parole giusto ci sarebbe troppo da attendere, l'interlocutore di turno (se non fosse una donna) avrebbe da dimenticarsi della conversazione... e visto che, mi si dice, è meglio battere il ferro finché è caldo... meglio troppe parole forse non giustissime ma appena 10 ore dopo che poche perfette, ma dopo 15 giorni...
Il fatto è che , comunque, ieri sera, mi è stata fatta una domanda che ha messo in funzione le mie stanche meningi ed ha imposto un seria riflessione.
Niente di "grave" credo, ma mi son ritrovato a fare un piccolo e rapido punto della situazione...
Pessima mossa, ora sono decisamente di pessimo umore...
Che dire.
Faccio un lavoro che mi piace sempre meno ogni giorno che passa.
Trovo sempre meno interessanti i problemi degli altri che vengo chiamato a risolvere giorno dopo giorno.
No mi interessano più.
Non me ne frega più niente.
Mentre invece quello che vorrei fare diventa ogni giorno più difficile e complicato, ma questo per colpa del mio disordine creativo... o della mia eccessiva creatività.
Insoddisfazione?!
La chiamate così voi umani?!
Leggo in rete (fonte suprema di ogni conoscenza) che la causa primaria dell'insoddisfazione personale può essere ricondotta al livello di stress... e che il mio lavoro sia stressante non lo nego.. però ormai me ne frego...
Una volta ero in grado di lasciarmi scivolare addosso praticamente tutto lo stress senza colpo ferire.
Una volta ero in grado di fare questo lavoro senza sentire istinti omicidi ronzarmi nel cervello.
Una volta però maltrattavo molto di più i clienti... ora che devo fare il bravo lo stress me lo cucco tutto.
E non mi fa bene.
Decisamente no.
Ma mettiamo il caso che, come parecchie delle informazioni reperite sul web, quella dello stress come causa dell'insoddisfazione sia una ciofeca pazzesca (ed infatti era su una pagina che sponsorizzava una terapia antistress naturale la cui conoscenza sarebbe coadiuvata dall'acquisto di un apposito libercolo) .
E se l'insoddisfazione fosse un sintomo di una cosa reale?
Reale quanto può esserlo un desiderio di cambiamento.
Nella mia storia lavorativa mi sono sempre "trattenuto" nello stesso posto non più di 5 anni.
Cambiare ha sempre fatto bene alla mia carriera.
Anzi, a ben vedere, per ottenere il meglio da questa pratica, analizzando i dati pregressi, avrei dovuto farlo ogni 3 anni e 8 mesi... prima dell'inizio del declino dell'interesse...
Attualmente credo che il mio problema sia quello della mancanza dell'aggettivo "definitivo" nella mia vita.
Voglio una sistemazione "definitiva" , comprare casa.
Voglio un "lavoro" definitivo, e non è decisamente questo.
Voglio una compagna definitiva... CI sposiamo in Polinesia allora?
Voglio voglio voglio.. ed a parte la casa... di materiale cosa c'è?
Sono io che non mi accontento di tutto quello che ho già (e non è poco) ...
Sono io che non mi "adatto"
Sono io che non sono normale, o sono sentimenti comuni alla razza umana?
Sono io che mi reputo speciale?
Ma non lo siamo un po' tutti?
mercoledì 1 febbraio 2012
No news.. bad news
Parlando del concorso letterario che mi ha visto come concorrente alle primissime armi...
essendo la premiazione domani, ed essendo che non ho ricevuto richiesta di convocazione, sapendo già che il vincitore del primo premio non sono io, inizio a sospettare di non essermi nemmeno qualificato per i premi di consolazione non mi resta altro da fare che pubblicare il racconto e va bene lo stesso.
Ricordo a tutti che il titolo era fisso "La stanza della Duchessa" e che nel racconto era necessario inserire il concetto di "scarpa"
Ho fatto del mio meglio. e tanto mi basta.
La stanza della duchessa
La scarpa mancante
Era in visita con la scuola, quel giorno, il solito museo palloso, la solita visita guidata, i soliti compagni noiosi e bacchettoni, i professori impiccioni e le guide scazzate. Tutto secondo le regole.
"Non si parla così!" gli avrebbe urlato dietro con tanto di scappellotto quell'altra impicciona di sua madre. Madre.. Matrigna!
Suo Padre non aveva potuto farne a meno. Aveva dovuto risposarsi per forza, non aveva sopportato la solitudine e la responsabilità di crescere una figlia tredicenne da solo. Con quell'arpia tinta e siliconata oltre tutto, che aveva preteso di essere chiamata mamma e tutto il resto, ma Bea l'aveva capito subito come prenderla, ed anche se il padre il più delle volte non partecipava nemmeno alle loro discussioni (non l'aveva mia fatto prima, perché farlo ora) sapeva che prima o poi ne sarebbe uscita vincitrice. O quantomeno uscita. Non mancava poi molto all'università. Se ne sarebbe andata da quella casa il prima possibile.
Ora, Bea, di anni ne aveva 16 ed il suo stile dark era una naturale propaggine dell'oscurità della propria anima e dei propri pensieri. La scuola sarebbe ancora durata a lungo, troppo, farsi bocciare due volte non era stata poi una grandissima idea, ed anche se l'arpia stava iniziando a dare i primi cenni di cedimento, sembrava invecchiata di 10 anni, a lei non faceva più nemmeno piacere farla incazzare continuamente.
Sembrava che si fosse resa all'inevitabile sconfitta (come aveva fatto suo padre) ed anche tornare a casa ubriaca o strafatta di canne oramai non faceva altro che farle scrollare la testa con aria sconfortata e sconfitta. Bea gioiva della situazione, ma oramai anche lei non si divertiva più, tanto che oramai faceva finta di bere e fumare solo per farla arrabbiare, mentre in realtà aveva smesso.
Anche il suo abbigliamento, il suo stile, che all'inizio l'avevano fatta tanto infuriare oramai veniva appena commentato, ma non poteva mollare. Doveva tenere duro ancora per qualche anno, poi se ne sarebbe andata, ed avrebbe vinto. Oltretutto aveva scoperto nuove forma di intrattenimento chimico, ed era comunque curiosa di sondare profondamente l'argomento pasticche.
Durante la visita di quel giorno s'imbatté in una (quasi) piacevole novità. Un'installazione multimediale interessante che narrava la storia di una principessa rinascimentale che nonostante la necessità di crescere troppo in fretta riuscì a risplendere come la più splendente delle stelle. Si ritrovò suo malgrado a seguire le parole della guida con maggiore attenzione, e quando tutto il resto della classe continuò il giro verso altre stanze lei rimase indietro, meravigliata ed incantata, ad osservare sugli schermi la storia della giovane duchessa.
L'animo romantico nascosto sotto le borchie la pelle ed il trucco pesante, visto che ora era sola, si scatenò come non mai… o forse erano le pasticche. Quella mattina, sul bus che li portava li, seduta insieme ai suoi amici meno raccomandabili, qualcuno aveva iniziato a distribuire delle paste gialle e rosse.
A parte l'ovvia battuta a sfondo calcistico lei aveva fatto come tutti ingollando il bottone in un sol colpo, come ci si aspettava che facesse. Nastro, il suo amico e pusher di fiducia, gli aveva detto che era roba a rilascio lento, che avrebbe fatto effetto gradualmente… e fino a quel momento era convinto che gli avesse rifilato una pasticca per la gola spacciandola per chissà cosa. Ora invece quello che vedeva iniziava a farle sospettare che un qualche effetto invece lo stesse subendo.
Nella grande sala dal soffitto a cassettoni intarsiati e smaltati oro avanzava verso di lei una ragazza vestita da principessa delle fiabe.
I capelli raccolti a coprire le orecchie sembravano un poco buffi, ma l'andatura e lo sguardo fiero della principessa (per lei questo era) erano di un magnetismo e di una magnificenza tali che lei ne rimase incantata ed ipnotizzata. La dama indossava un filo di perle nere, una sottile striscia di stoffa le incorniciava la fronte, ed un abito rosso e verde dalla larga, ma non troppo profonda scollatura erano incorniciate dalle spalline a sbuffo, un corpetto stretto in vita ed una lunga e fluente gonna.
Ai piedi la principessa portava una scarpa sola.
Lo sguardo dell'apparizione vagava curioso ed attento di fronte a lei e passando accanto alla sbalordita Bea quasi non la degnò di uno sguardo.
Bea semplicemente la osservava venirle incontro e poi superarla a bocca aperta. Lo sguardo stupito da tanta magnificenza ed eleganza.
L'apparizione, superata la giovane di qualche altro passo elegante, si fermò e girò un poco la testa verso di lei facendole appena un cenno impercettibile e facendo spuntare un piede nudo da sotto la grande gonna. L'invito era chiaro.
"Aiutami a trovare l'altra scarpa" sentì chiaramente Bea bella propria testa anche se l'apparizione non aveva mosso minimamente le labbra.
Bea iniziò a seguirla cercando con lo sguardo il ogni angolo una scarpa uguale all'altra indossata dalla nobildonna ma ad ogni passo, quando il piede calzato spuntava dalla gonna, la scarpa che ne spuntava era sempre differente.
Una volta rossa, un'altra nera, una volta con la punta tonda, un'altra appuntita, col punta verso l'alto o davanti… Bea si ritrovò a camminare con lo sguardo fisso verso il basso, non cercava più nulla, restando incredula di fronte alle "trasformazioni" della scarpa.
Vide anche scarpe dal taglio decisamente più moderno compreso un paio di Dr Martens Blu scuro, una ballerina rosa con tanto di nastro adesivo ed paio di quelle che le sembrarono Manolo Blahnik originali di un fantastico verde smeraldo. Vide anche una ciabatta marrone come quelle che indossava sempre suo padre.
Sentendo una risata squillante girò il volto verso la nobildonna e vedendola sorridere divertita, invece di fare come avrebbe fatto normalmente, ovvero sentirti sfottuta e presa per il culo, sorrise. Capì che era solo un piccolo scherzo. Una burla divertente.
Abbassando nuovamente gli occhi verso il basso, aspettandosi di vedere nuove scarpe non capì subito cosa i suoi occhi le stavano mostrando.
Camminando seguendo l'apparizione era tornata indietro sui suoi passi, tornando alla grande scala nell'atrio del grande palazzo. Se lo ricordava appena, tanto poco era interessata, ma ora quel poco che ricordava le balzò subito in mente. Ricordava che per salire al piano di sopra la scala faceva per ben due volte il giro su se stessa ed ora lei, chissà come, si ritrovava ad osservare il terrificante vuoto di marmo bianco di fronte a lei.
La gamba già tesa a fare il passo.
Voltando, ora spaventata, lo sguardo sulla principessa ora vide che la guardava apertamente, con un'espressione vagamente triste, quasi compassionevole. La testa inclinata verso destra.
La dama fece spallucce, gesto che riuscì a farla sembrare più giovane, quasi infantile e poi, mentre Bea terminava il suo ultimo passo, inizio a voltarsi.
Troppo stupita per fare altro Bea spalancò la bocca e iniziò ad urlare...
...per svegliarsi bruscamente seduta sul bus, accanto aveva i suoi compagni di scuola, quelli meno raccomandabili, che ridevano di lei. S'era addormentata ed aveva sognato.
Topo , il pusher del suo piano, le offrì una pasticca gialla e rossa.
"No grazie" disse Bea alzandosi ed andando a sedersi parecchie file più avanti, in un sedile vuoto.
Non si spinse ad andare nei primi posti, ma non si sedette mai più in coda al bus.
Ma non buttò mai i Dr Martens.
Iscriviti a:
Post (Atom)



