Che hai lì?
Ana era tornata a Donetsk ed aveva cercato un modo di dare
una mano attivamente. Non potendo andare a combattere al fronte, non aveva mai
imbracciato un’arma nella sua vita, aveva finito per prestare aiuto come
volontaria nell’ospedale da campo a ridosso degli schieramenti militari. Era il
luogo in cui venivano portate le vittime dei bombardamenti.
Ana uscì di corsa e, schivando la frenetica attività che sempre
animava il campo dopo un’incursione, entrò nella tenda coi rifornimenti.
Si mise a cercare le bende e mentre apriva l’ennesimo
scatolone notò un movimento furtivo nell’angolo del tendone militare male
illuminato.
Si fermò e lo vide.
Era un ragazzino, poco più che un bambino, sporco e cencioso,
seduto con la schiena appoggiata ad una cassa. La fissava terrorizzato.
“Hei piccolo, che combini?”, chiese Ana alzando le mani per
far vedere che era disarmata. Era un riflesso che le era entrato automatico
dopo i primi due giorni dal ritorno, fra posti di blocco ed intimidazioni
urlate.
Il ragazzino non rispose, ma le sporse un fagotto.
Ana si avvicinò e, porgendogli le mani, fece per
raccoglierlo “Che hai lì?”.
Svolse un poco il fagotto dalla coperta lercia di grasso e
terra e intravide un groviglio di fili intrecciati ed altri oggetti di forme
diverse. Infine, notò il filo che raggiungeva la mano aperta del ragazzino. Si scambiarono
uno sguardo ed il ragazzino disse in russo, “Non si spegne, non so come
spegnerlo”.
Ana aprì del tutto l’involto per trovarsi a fissare un intrico
di fili colorati, un paio di led lameggianti ed un timer attivo.
Strappò il controllo al ragazzino che squittì cedendoglielo.
“Vai fuori!”, gridò Ana e, quando fu uscito, si mise ad
urlare a squarciagola.
“Aiuto! Artificieri! Aiuto! C’è una bomba qui!”
Le sue urla d’allarme vennero coperte dall’inizio di una
nuova incursione.